Nella prima parte e nella seconda parte di questo articolo abbiamo affrontato rispettivamente il problema della scelta e quelli della assistenza, manutenzione ed evoluzione di un prodotto software, a questo punto, volendo chiudere la discussione con questa terza parte, non rimane che affrontare il problema del costo e della praticabilità economica dei due modelli di sviluppo.
Prima di addentrarci in discorsi economici vorrei rilevare un altro problema che affligge i sistemi software attuali: l'interoperabilità. Questa parola racchiude in sé una serie di regole, protocolli e standard che dovrebbero essere adottati dai produttori al fine di permettere l'interoperabilità dei loro prodotti con quelli sviluppati da altri.
Con ciò non mi riferisco solo a cose piuttosto complesse, come l'interoperabilità diretta fra pacchetti o componenti software di diversa provenienza o sviluppati per differenti piattaforme, queste integrazioni, anche se fattibili, presentano non poche complicazioni che a volte introducono anche delle limitazioni sistemiche difficilmente superabili. Nella fattispecie mi riferisco invece all'interoperabilità più spicciola, e cioè per esempio alla possibilità di poter usufruire di standard per la gestione dei documenti elettronici di vario genere come documenti di testo, fogli elettronici, presentazioni, ecc.
In quest'ultimo caso sovente i produttori di software che sono in una posizione di maggiore forza sostanzialmente cercano di ostacolare l'avanzare dei concorrenti limitando l'interoperabilità del loro prodotto con quelli concorrenti, il tutto però a scapito degli utenti finali e indipendentemente dal fatto che essi siano o meno loro clienti.
Questa sorta di "barriere architettoniche" andrebbero assolutamente evitate e, a mio parere, sono antipatiche e discriminatorie quanto quelle della vita reale.
Ma veniamo al problema economico.
Il modello di produzione chiuso porta con sé la filosofia imprenditoriale tipica di un’azienda tradizionale. Essa è incardinata su una schiera di lavoratori organizzati più o meno piramidalmente e su degli investitori il cui primario obiettivo è massimizzare i profitti. In alcuni casi poi, soprattutto nelle aziende medio piccole, l'investitore è anche imprenditore e quindi teoricamente potrebbe anche essere mosso da una passione per ciò che fa, in ogni caso la leva principale rimane il profitto perché senza di esso l'impresa non può sopravvivere né esistere.
Tuttavia è vero anche che l’azienda non è fatta solo di persone, essa è costituita anche di immobili, attrezzi e quant’altro, però se mancano i lavoratori tutto si ferma e, almeno per quanto riguarda la produzione del software, attrezzature e immobili sono sicuramente fondamentali, ma, nella stragrande maggioranza dei casi, non incidono in maniera così rilevante nel costo del prodotto finale, come invece accade quasi sempre in altri settori come ad esempio quello dell’industria pesante.
Nel modello di produzione di software aperto invece il concetto di impresa di fatto non esiste, almeno quello definito in termini classici. In effetti, se ragionassimo in termini di impresa tradizionale ci troveremmo di fronte al paradosso in cui il lavoratore impiegato in un’azienda sarebbe da questa pagato per sviluppare prodotti che potrebbero generare direttamente o indirettamente profitti all’azionista di un'altra azienda, magari anche diretta concorrente con la prima.
E’ evidente che non viviamo in un mondo di questo tipo ed è anche altrettanto evidente che lo schema economico classico di impresa non è integralmente applicabile alla produzione di software libero.
Ciò naturalmente non vuol dire che non si possa investire e guadagnare in strutture di questo genere. D’altronde non si può negare la realtà, infatti, esistono tantissime aziende che operano nel campo del software libero, ma non si può però neanche negare che esse, di fatto, quando dall'origine nascono per produrre software libero, assumono quasi sempre una connotazione di progetto più che di impresa. Progetto sicuramente gestito con i criteri del project management tipicamente utilizzati nelle aziende tradizionali, ma con fonti di finanziamento e prospettive di ricavo spesso non orientate alla massimizzazione della produzione di ricchezza per l’investitore.
In altre parole il massimo profitto quasi mai può essere considerato il motore trainante delle aziende di produzione di software libero "native". Diverso è invece il discorso quando si è di fronte ad aziende o pezzi di esse "convertitesi" al software libero. In questo caso di solito la scelta di convertirsi è stata fatta per evitare di dichiarare il fallimento commerciale del prodotto "liberato" e, contemporaneamente, per cercare di far perdere quote di mercato al prodotto commerciale concorrente e "dominante", cercando così di indebolire il suo produttore. E' evidente che in ogni caso, almeno nel breve periodo, questo giova all'utente finale, ma è altrettanto chiaro che le motivazioni di tanta magnanimità sono dovute ad altri interessi e battaglie che si combattono su altri fronti e per motivazioni a volte anche non direttamente connesse con il prodotto in questione o con l'abbraccio della filosofia di sviluppo del software libero. Questo è dimostrato dal fatto che in queste aziende comunemente non avviene una conversione completa al software libero, infatti, esse continuano regolarmente a produrre e vendere anche software commerciale.
Volendo classificare i produttori di software libero, a mio parere quindi ne esistono di tre categorie: i nativi, i convertiti e gli appassionati. I nativi sono convinti del fatto che il modello libero sia migliore di quello commerciale e sviluppano il loro software sulla base di finanziamenti esterni o cercando di mantenersi vendendo il loro know-how sul loro prodotto. I convertiti, se lo sono pienamente, sono paragonabili ai nativi, diversamente invece sono dei soggetti che, nel perseguire il profitto, usano tutti i mezzi possibili e in fondo non sono molto interessati alla diatriba sulla bontà o meno del modello di sviluppo adottato, libero o commerciale che sia. In pratica essi sfruttano il software libero per ottenere profitti indiretti e/o per conquistare quote di mercato della concorrenza. Infine abbiamo gli appassionati, questa è la categoria che ha fatto nascere il software libero e che probabilmente lo tiene ancora in piedi. Generalmente sono persone mosse dalla passione e che quindi non pensano al massimo profitto quando decidono di sviluppare un nuovo prodotto, essi sono principalmente interessati a coltivare la loro passione e al massimo il loro obiettivo più concreto si limita all'accreditamento personale nel campo del software libero, in questo caso essi sperano in qualche ritorno economico determinato dalla loro notorietà o fama accumulata sulla rete.
Un'altra prospettiva di osservazione del software libero riguarda la dimensione dei progetti. Riguardo questo punto di osservazione si può notare che i progetti di grandi dimensioni quasi sempre sono sviluppati o manutenuti dai nativi e dai convertiti, questi soggetti quasi sempre assumono la conformazione di impresa e dispongono quasi sempre di finanziamenti pubblici o privati.
I progetti medio-piccoli invece sono spesso iniziati e portati avanti solo dagli appassionati. Questo fenomeno ha molte motivazioni, a mio parere la principale dipende dalla maggiore necessità di coordinamento all'aumentare della dimensione del progetto, ciò comporta anche una riduzione della libertà di ogni singolo sviluppatore rispetto alle direttrici del progetto, in altri termini lo sviluppatore, anche quando è chiamato a votare democraticamente sulle scelte del progetto, comunque poi deve allinearsi alla corrente di pensiero di maggioranza altrimenti deve abbandonare il progetto. Ciò naturalmente giova al progetto, anche se limita in qualche modo lo spirito libero dello sviluppatore e forse anche la creatività dell'ambiente in generale.
I puristi del software libero avranno sicuramente notato che fin qui non sono state affrontate le implicazioni sociali che di cui il software libero è portatore, ciò naturalmente è voluto. Secondo me un sistema di qualsiasi tipo si regge solo se è economico nel senso più ampio del termine. In altri termini intendo dire che esso può sopravvivere per lungo tempo solo se lo stesso permette la sopravvivenza di chi lo ha generato o lo sostiene. In questo caso la concorrenza fra i software liberi è ancora più letale rispetto a quelli commerciali, ciò perché i soggetti coinvolti nel primo campo sono tendenzialmente finanziariamente “deboli”.
Non bisogna poi trascurare che nel ciclo economico di un prodotto i ricavi si realizzano comunemente dopo i costi, ciò significa che per attivare un qualsiasi processo c'e' bisogno di avere delle risorse siano esse umane o finanziarie.
Sul piano economico inoltre, se ci svincoliamo dalle logiche di azienda classica, nei progetti aperti il costo di produzione dovrebbe coincidere con il ricavo, e l’eventuale finanziamento del progetto non modifica tale schema, almeno all’inizio di un nuovo progetto. La caratteristica fondamentale dei progetti aperti risiede nel fatto che generalmente non sono applicati costi di licenza e quindi il ricavo di solito non si genera alla "vendita" del prodotto, cioè appena dopo la produzione iniziale del software, esso invece si genera nelle fasi di installazione, correzione ed evoluzione del prodotto. Questo introito inoltre può essere percepito da soggetti diversi dal produttore originario e che potrebbero non essere in alcun modo collegati con esso.
Questo secondo me, almeno dal punto di vista economico e per il momento, è il vero punto di debolezza dei progetti aperti, il vero scoglio da superare. Attenzione, qui non sono in discussione le libertà fondamentali del software libero, quelle devono assolutamente rimanere, ma ciò deve essere ottenuto mediante una diversa distribuzione dei ricavi che prescinda dalle logiche imprenditoriali e piramidali dei prodotti commerciali, di cui a mio parere, il modello di software aperto al momento non è esente. Dovrebbe cioè poter esistere un legame fra chi produce il software aperto e chi lo usa o lo modifica liberamente, che vada aldilà del riconoscimento della paternità e che produca direttamente o indirettamente introiti a chi ha avuto e sviluppato l'idea iniziale, comprendendo anche chi ha contribuito alla sua successiva evoluzione e mantenimento. Tutto ciò naturalmente dovrebbe essere fatto senza cadere nelle maglie della rete del software commerciale e nei suoi meccanismi di chiusura.
La domanda successiva è: come si può ottenere tutto ciò senza che direttamente l'utilizzatore paghi una licenza come accade nel software commerciale? In altre parole com'é possibile far ciò senza la tutela del copyright?
E ancora un'altra domanda un po' meno scontata: come si fa a stabilire il "quantum" da riconoscere ai soggetti coinvolti nello sviluppo? E come riconoscerglielo?
Non è facile dare una risposta a queste domande, ammesso che ce ne sia una o solo una.
Si potrebbe pensare di equiparare il software a un bene primario come l'acqua, l'aria ecc. E poi chiedere a ogni governo statale di garantire ai suoi cittadini il necessario per vivere, ma il problema vero come abbiamo visto non è la fornitura quanto la produzione e quindi l'approvvigionamento. Sarebbe quindi necessario che ogni governo favorisse la produzione di software libero, anche se gli attuali schemi di licenza software aperti non prevedono confini, anzi volutamente li abbattono, e quindi il problema diventa una questione di politica internazionale. Può darsi che sia così ma potrebbe anche essere che si possa cominciare dal piccolo per arrivare poi al grande.
A mio parere sarebbe necessario che ogni governo creasse e mantenesse una o più fonti di produzione di software libero in modo da garantire ai suoi cittadini e alle sue imprese la possibilità di attingere a queste risorse gratuitamente o a un prezzo equo, allo stesso modo in cui oggi si può percorrere una strada statale o un'autostrada.
Promuovere progetti aperti nazionali o internazionali può essere anche un modo per generare lavoro e benessere non solo per chi è direttamente coinvolto nello sviluppo, ma anche per l'intera comunità che ne usufruisce.
Tuttavia anche questa strada non è esente da problemi o rischi, sappiamo bene come funzionano le imprese o i progetti pubblici, in questi quasi mai si trovano la passione e l'entusiasmo propri degli sviluppatori di software libero, più facilmente ci si ritrova in dei meccanismi che fanno rimpiangere il sistema, seppur cinico e oneroso, dell'impresa orientata al profitto.
Insomma il software aperto pone questioni che probabilmente vanno oltre lo scopo e gli obiettivi dei suoi pionieri, in ogni caso forse esso ci indica una direzione che dovremmo seguire. D’altronde se negli ultimi cinquanta anni abbiamo avuto l’evoluzione che abbiamo avuto, di sicuro molto lo dobbiamo alla produzione di software sempre più sofisticati e affidabili. Provate a pensare che sviluppi potrebbe avere l’intera umanità semplicemente se tutti potessero accedere e beneficiare delle tecnologie già oggi a disposizione di molti.
Sarebbe un mondo migliore? Se fosse solo una questione di software probabilmente sì.
domenica 27 dicembre 2009
giovedì 25 giugno 2009
Software commerciale o software libero, dov’è il problema?
Parte II - Assistenza, manutenzione ed evoluzione
Nella prima parte di questa discussione sui modelli di sviluppo del software eravamo giunti alla conclusione che, in definitiva, adottare un software significa scommettere sulla salute e sulla sopravvivenza del suo produttore.
L'affermazione a prima vista potrebbe sembrare un po’ campata in aria, in realtà scaturisce da un ragionamento articolato, sul tempo stimato di utilizzo futuro del software in questione e sulla necessità di avere garantiti nel medesimo periodo assistenza, manutenzione ed evoluzione del prodotto.
Posto quanto sopra, "la domanda sorge spontanea": rispetto all’assistenza, la manutenzione e l'evoluzione ci sono più garanzie in un software libero o in uno commerciale ?
Anche in questo caso è inutile cercare la risposta. Innanzi tutto in tutte le licenze d'uso ci sono delle clausole che sollevano il produttore da eventuali danni provocati da anomalie o errori potenzialmente presenti nel prodotto software, ciò vale sia per i prodotti liberi sia per quelli commerciali, d’altronde forse sarebbe improponibile pensare a qualcosa di diverso. Questo è un argomento molto delicato che secondo me meriterebbe una riflessione approfondita, ma ciò va al di là degli obiettivi di questa discussione.
Un luogo comune da sfatare subito è quello che fa pensare che, relativamente al software commerciale, essendoci un numero verde cui chiamare, un indirizzo cui scrivere, un obbligo morale o un semplice periodo di garanzia da parte del produttore, la soluzione commerciale garantisca di più rispetto a quella free. Questo, come accennavo prima, è un luogo comune da togliersi definitivamente dalla mente.Il software è un prodotto che, oltre a eventualmente contenere errori, può non funzionare correttamente per una miriade di cause che possono manifestarsi sulla macchina ospite, nessun produttore di nessun modello di sviluppo è in grado di prevederle e gestirle tutte. Normalmente bisogna essere fortunati ad incappare in un problema già riscontrato e magari risolto da altri. Determinante in questo caso non è l'assistenza che si riesce ad ottenere dal produttore, sicuramente essa è molto importante, ma il fattore chiave per la risoluzione di questo problema è rappresentato dal grado di diffusione del prodotto software adottato. La prova di questo risiede nel fatto che un utente mediamente cerca una soluzione su internet prima ancora di contattare il produttore del software commerciale, e quest'ultimo molto spesso ha un livello di assistenza basato proprio sul web e sulla condivisione delle esperienze sui problemi incontrati dagli utenti. Insomma si fa prima a cercare su internet che a chiamare un call center dove quasi sempre o non riesci a farti capire o ahimè, come spesso succede, non sono in grado di risolverti il problema.
Sul fronte del software libero il problema dell'assistenza è ancora più indefinito. Ciò in primo luogo perché spesso manca il produttore inteso in termini tradizionali ovvero esiste, ma non è obbligato a fornire gratuitamente assistenza, evoluzione e correzione del prodotto. I più sagaci avranno già individuato il trucco: non pago quasi nulla all'inizio ma poi quando avrò un problema mi costerà un occhio della testa. Anche questo è un luogo comune da sfatare.In contesti di uso privato infatti valgono le stesse considerazioni fatte per il software commerciale, si cerca su internet e se si è fortunati si risolve il problema gratuitamente. Difficilmente si paga, o si è disposti a pagare, per ottenere assistenza su un prodotto free per usi privati, ad onor del vero questo vale sempre, anche per i software commerciali.In contesti di impresa invece, se non era stato stipulato un contratto per l'installazione e la manutenzione del prodotto, ci si rivolge al mercato pagando i prezzi stabiliti dallo stesso. Quindi si può conoscere in anticipo e con buona approssimazione il costo della manutenzione di un prodotto free.
In definitiva il problema della manutenzione e della evoluzione di un software non differisce rispetto al modello di sviluppo libero o commerciale, esso è principalmente influenzato dalla diffusione del prodotto, dalle fonti cui è possibile ottenere assistenza e, ovviamente, dalla qualità del prodotto stesso. Bisogna poi anche evitare di confondere eventuali anomalie presenti nel prodotto con i problemi che scaturiscono da un scelta sbagliata dello stesso. In questi casi infatti il fattore chiave, come al solito, risiede in una attenta analisi delle esigenze rispetto alle funzionalità fornite dal pacchetto da adottare.
E' evidente che quanto affermato in questa seconda parte dell'articolo vale fino a quando esiste qualcuno cui rivolgersi per ottenere assistenza, a meno che, e questo per il solo caso di software aperti, non si abbiano le conoscenze o una struttura aziendale preparata alla gestione di tale problema. In tutti gli altri casi il prodotto, seppur ancora funzionante, è "morto".
Nella terza e ultima parte cercherò di affrontare il problema del costo e del prezzo di un prodotto commerciale e di quello di uno libero. Cercherò inoltre di analizzare la praticabilità economica dei due modelli ed il concetto di impresa che ne scaturisce.
L'affermazione a prima vista potrebbe sembrare un po’ campata in aria, in realtà scaturisce da un ragionamento articolato, sul tempo stimato di utilizzo futuro del software in questione e sulla necessità di avere garantiti nel medesimo periodo assistenza, manutenzione ed evoluzione del prodotto.
Posto quanto sopra, "la domanda sorge spontanea": rispetto all’assistenza, la manutenzione e l'evoluzione ci sono più garanzie in un software libero o in uno commerciale ?
Anche in questo caso è inutile cercare la risposta. Innanzi tutto in tutte le licenze d'uso ci sono delle clausole che sollevano il produttore da eventuali danni provocati da anomalie o errori potenzialmente presenti nel prodotto software, ciò vale sia per i prodotti liberi sia per quelli commerciali, d’altronde forse sarebbe improponibile pensare a qualcosa di diverso. Questo è un argomento molto delicato che secondo me meriterebbe una riflessione approfondita, ma ciò va al di là degli obiettivi di questa discussione.
Un luogo comune da sfatare subito è quello che fa pensare che, relativamente al software commerciale, essendoci un numero verde cui chiamare, un indirizzo cui scrivere, un obbligo morale o un semplice periodo di garanzia da parte del produttore, la soluzione commerciale garantisca di più rispetto a quella free. Questo, come accennavo prima, è un luogo comune da togliersi definitivamente dalla mente.Il software è un prodotto che, oltre a eventualmente contenere errori, può non funzionare correttamente per una miriade di cause che possono manifestarsi sulla macchina ospite, nessun produttore di nessun modello di sviluppo è in grado di prevederle e gestirle tutte. Normalmente bisogna essere fortunati ad incappare in un problema già riscontrato e magari risolto da altri. Determinante in questo caso non è l'assistenza che si riesce ad ottenere dal produttore, sicuramente essa è molto importante, ma il fattore chiave per la risoluzione di questo problema è rappresentato dal grado di diffusione del prodotto software adottato. La prova di questo risiede nel fatto che un utente mediamente cerca una soluzione su internet prima ancora di contattare il produttore del software commerciale, e quest'ultimo molto spesso ha un livello di assistenza basato proprio sul web e sulla condivisione delle esperienze sui problemi incontrati dagli utenti. Insomma si fa prima a cercare su internet che a chiamare un call center dove quasi sempre o non riesci a farti capire o ahimè, come spesso succede, non sono in grado di risolverti il problema.
Sul fronte del software libero il problema dell'assistenza è ancora più indefinito. Ciò in primo luogo perché spesso manca il produttore inteso in termini tradizionali ovvero esiste, ma non è obbligato a fornire gratuitamente assistenza, evoluzione e correzione del prodotto. I più sagaci avranno già individuato il trucco: non pago quasi nulla all'inizio ma poi quando avrò un problema mi costerà un occhio della testa. Anche questo è un luogo comune da sfatare.In contesti di uso privato infatti valgono le stesse considerazioni fatte per il software commerciale, si cerca su internet e se si è fortunati si risolve il problema gratuitamente. Difficilmente si paga, o si è disposti a pagare, per ottenere assistenza su un prodotto free per usi privati, ad onor del vero questo vale sempre, anche per i software commerciali.In contesti di impresa invece, se non era stato stipulato un contratto per l'installazione e la manutenzione del prodotto, ci si rivolge al mercato pagando i prezzi stabiliti dallo stesso. Quindi si può conoscere in anticipo e con buona approssimazione il costo della manutenzione di un prodotto free.
In definitiva il problema della manutenzione e della evoluzione di un software non differisce rispetto al modello di sviluppo libero o commerciale, esso è principalmente influenzato dalla diffusione del prodotto, dalle fonti cui è possibile ottenere assistenza e, ovviamente, dalla qualità del prodotto stesso. Bisogna poi anche evitare di confondere eventuali anomalie presenti nel prodotto con i problemi che scaturiscono da un scelta sbagliata dello stesso. In questi casi infatti il fattore chiave, come al solito, risiede in una attenta analisi delle esigenze rispetto alle funzionalità fornite dal pacchetto da adottare.
E' evidente che quanto affermato in questa seconda parte dell'articolo vale fino a quando esiste qualcuno cui rivolgersi per ottenere assistenza, a meno che, e questo per il solo caso di software aperti, non si abbiano le conoscenze o una struttura aziendale preparata alla gestione di tale problema. In tutti gli altri casi il prodotto, seppur ancora funzionante, è "morto".
Nella terza e ultima parte cercherò di affrontare il problema del costo e del prezzo di un prodotto commerciale e di quello di uno libero. Cercherò inoltre di analizzare la praticabilità economica dei due modelli ed il concetto di impresa che ne scaturisce.
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sabato 2 maggio 2009
Lo sapevate ?
Ho trovato questo video per caso sul blog "undo - Il Cannocchiale"
http://undo.ilcannocchiale.it/2009/04/08/passato_presente_futuro.html
Credo che sia semplicemente impressionante...
http://undo.ilcannocchiale.it/2009/04/08/passato_presente_futuro.html
Credo che sia semplicemente impressionante...
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